Il Signore dell’Autodromo di Monza – Capitolo 3

Gerhard Berger

– Va bene, ora però parliamo della libreria? Come è nata l’idea?
– L’idea è nata quando la LEA (Editrice dell’Automobile di Roma) ha chiuso il negozio che aveva in via Hoepli. Giorgio Nada – che era il loro rappresentante – ha rilevato tutto, compreso un immenso stock di libri. Al che gli ho detto: “Dai, vieni a Monza!” Ecco, quello è stato l’inizio della libreria. Poi, quando Nada si è stancato, io e mia moglie abbiamo rilevato tutto.

 

 

– Certo che lei è stato davvero lungimirante, a creare un business basato sui memorabilia!
– Sono stato il primissimo a vendere qui questo tipo di cose. Al primo Motor Show di Bologna o al primo Rétromobile di Parigi, io e mia moglie abbiamo iniziato a portare un po’ di cose. E’ così che funziona… la gente veniva dicendoci: “Mah, io ho un po’ di roba: le interessa?” Così ho cominciato a comprare libri vecchi, fotografie, oggetti… e per anni, sia a Parigi, sia al Motor Show – dove il mercato era completamente diverso – io sono stato l’unico. Non avevo concorrenti. Ho comprato e venduto moltissimo. E ho guadagnato parecchio. Poi sono arrivati gli altri, che hanno tutti imparato da me. Sa, io poi sono molto venale: quando un pilota mi regalava il casco, io lo vendevo subito!
Lo dice ridendo e mi chiedo quanto sia vero. Quanto sia davvero “materialista” una persona che anche oggi – all’età di 78 anni – trasuda vita e creatività da ogni poro.

 

 

– Al di là della venalità, questo è un lavoro che richiede passione. Essere così esperto di libri, vuol dire leggerli, oppure solo collezionarli?
– Guardi, nel mio caso mi basavo molto sulle fotografie. Le studiavo attentamente. Magari usciva un libro sulla Ferrari, sapevo che un certo signore ne aveva una che era stata fotografata da qualche parte, me ne ricordavo e lo contattavo per vendergli il libro. Poi raccoglievo anche i dati, i numeri di telaio per esempio… tutte cose che in seguito potevo utilizzare con i clienti. Insomma, tutti dicevano che ero un esperto, ma non è così: io semplicemente copiavo e memorizzavo tutti i dati utili che estrapolavo dai libri.
– E intanto la sua libreria cresceva con l’Autodromo.

 

 

– Eh sì, non c’era Gran Premio in cui tutti i protagonisti non venissero a salutarmi. Ma proprio tutti!
– L’Autodromo, allora, veniva utilizzato solo per i Gran Premi?
– … Per il Gran Premio, per la Mille Chilometri, per il Gran Premio della Lotteria, la Coppa Carli e la Coppa Intereuropa a marzo. Erano sei o sette gare in tutto. Con mia moglie, a un certo punto, ci siamo resi conto che tenendo aperto tutti i giorni e avendo la possibilità del parcheggio, la gente veniva al parco e all’Autodromo… ed è stato molto più facile, per noi, vendere. Poi, poco alla volta, sono arrivati anche gli altri negozi.
– Dica la verità, gira ancora per il mondo alla ricerca di memorabilia?
– No no, basta. I prezzi, ormai, sono saliti troppo. Anche se continuano a cercarmi, soprattutto le vedove… C’era un giornalista che ha scritto un libro su Ferrari (“Le corse ruggenti”), Giulio Schmidt, che da me aveva comprato tonnellate di roba… mi mandava addirittura in Inghilterra a cercare il materiale. Un giorno mi ha detto: “Ehi, guarda che mia moglie dorme col tuo numero di telefono sul comodino e ha l’ordine di chiamarti se mi succede qualcosa!” Adesso, però, non posso più andare avanti… Ho due figlie, meglio che venda tutto prima di andarmene. Non voglio che si ritrovino con un peso sulle spalle.

 

 

Eppure, benché continui a scherzare a proposito della sua “venalità”, nonostante dica di aver venduto tutto, Mario Acquati – di cose – ne ha ancora tante. Sono ricordi: foto, oggetti, poster a cui il passare del tempo ha dato un peso specifico diverso rispetto a quello materiale. E’ il peso delle storie, di vittorie, sogni. Volti che non ci sono più. La vita del Maestro è un albero cresciuto accanto (non all’ombra!) del grande “teatro” dell’Autodromo e dei personaggi che hanno attraversato sfrecciando il suo palcoscenico. Il negozio di Acquati, quello che nel ’73-’74 è diventato la mitica Libreria dell’Autodromo, è stato un po’ come il “dietro le quinte” di questo grande teatro. Un luogo pubblico e intimo al tempo stesso.
– Vede queste foto? Le ha fatte Gabriela Noris, la ex-moglie di Antonio Ghini, che oggi è il responsabile del museo Lamborghini.

 

 

Un’ampia carrellata mi fa sfilare sotto il naso i volti di Reutemann, De Adamich, Merzario, Brambilla, Beltoise…
– Jackie Stewart? Ah, Jackie Stewart è un mito! Innanzitutto è stato il primo vero grande professionista… anche umanamente. Quando Moretti ha fatto il contratto con lui per i cappelli, di quel suo famoso berretto sono stati fatti cinquantamila esemplari. Bè, pensi che Jackie Stewart, per contratto, doveva venire in negozio da noi un’ora il venerdì, un’ora il sabato e un’ora la domenica. Ma lei se li immagina, un Senna o un Hamilton che vengono un’ora al giorno in negozio per firmare? Era davvero un altro mondo.

 

 

– A proposito di miti… ma Ferrari, lei l’ha conosciuto?
– Certo che l’ho conosciuto. Negli anni Settanta ero andato a Fiorano con Eugenio Dragoni, il presidente della Scuderia SantAmbroeus, che poi è stato anche direttore sportivo alla Ferrari. La CSAI gli aveva datol’incarico di selezionaredei piloti da mandare a gareggiare in Campionato Europeo con la Formula Due e Dragoni mi aveva chiesto di dargli una mano. La prima volta che siamo andati a Fiorano, Ferrari – che si interessava sempre di tutto -ha chiesto a Dragoni, indicandomi: “Chi è quel signore là?” E Dragoni: “Acquati, della Linea Sport”. Ferrari mi aveva fatto avvicinare: “Lo vede questo impermeabile? Sarebbe capace di farmene uno preciso identico? ” Si trattava del famoso impermeabile beige che indossava sempre. Io naturalmente avevo risposto di sì, poi – agitatissimo! – ero corso a Milano, da Linea Sport, mi ero fatto fare un impermeabile esattamente identico e glielo avevo portato nel giro di due settimane. Ferrari mi aveva chiesto cosa volevo, ma io – ovviamente – gli avevo risposto che Linea Sport era orgogliosa di offrirglielo. Lui mi aveva ringraziato e mi aveva regalato il libro”Le briglie del Successo”, con tanto di dedica. Io, poi, ovviamente l’ho venduto!

 

 

– Ma lo ha più rivisto?
– No, ma gli ho sempre scritto in occasione dei compleanni e lui rispondeva, sempre. Alla fine sono addirittura diventato un esperto per le firme di Ferrari… Quando è morto, non sa quanti libri autografati da Ferrari sono usciti! La sua, era un firma abbastanza facile da falsificare. Sono diventato un esperto di queste firme anche grazie anche a Pino Allievi, il giornalista, che imitava la firma di Ferrari come se fosse Ferrari in persona. Si figuri che Pino Allievi era talmente bravo che Ferrari, un giorno,durante una conferenza stampa, gli aveva detto: “Senta, Allievi, mi hanno detto che lei imita molto bene la mia firma: mi faccia un po’ vedere.”Allievi si era dato subito da fare. E Ferrari: “Ma no, non deve cominciare da qui… aspetti che le faccio vedere!”
– E’ vero che incuteva così timore?
– Sì, Ferrari era un mito. Le sue macchine, tutti quei re e quei nobili che facevano la fila per andare da lui… era un idolo. E non solo per me.

Acquati racconta, instancabile, e mentre sfoglia poster, libri e vecchie foto come se fossero un gigantesco album dei ricordi, mi chiedo se ci sia realmente un confine fra la sua vita e quella dell’Autodromo.

 

 

– Lei dice che ha venduto tutto ma c’è qualcosa che ha tenuto perché era particolarmente affezionato o no?
– La mia idea, in realtà, era quella di creare un vero e proprio un museo, a Monza. Di cose, ne avevo parecchie. Mia moglie, però, un giorno mi ha detto: “Datti una calmata, a spendere soldi, se no cosa ci mettiamo nel panino: i poster?” Aveva ragione. La collezione, alla fine, l’ho offerta all’Autodromo, che però l’ha rifiutata. Allora l’ho venduta a un collezionista inglese, che ha preso tutto in blocco. Peccato, perché avevo tutti i poster, tutte le cartoline emesse dall’Autodromo (ufficiali o non: erano 1800)… tant’è che ho fatto delle esposizioni a Monza e a Biassonno, di mia iniziativa.

 

 

Già, peccato. La verità, però, è che Acquati lo racconta con una certa leggerezza di fondo: è un dispiacere, sì, ma non un sogno infranto. Da un certo punto di vista che non saprei spiegare, sembra che Mario Acquati, i sogni, li abbia ancora tutti dentro: vivi e nitidi, come tanti anni fa. E mentre me ne vado, mi chiedo quale sia veramente la chiave di lettura di una vita – la sua – così straordinariamente duttile e caleidoscopica. Chi è Mario Acquati: un collezionista, un maestro? Difficile dirlo. Ma poco importa. Ciò che è certo è che un uomo come lui – vissuto sempre in mezzo alle “cose” – è in realtà la persona meno materialista che si possa immaginare perché le “cose”, Acquati, ha saputo lasciarle scorrere. Senza trattenerle. E’ questo, forse, il suo segreto. Il segreto del Maestro.

 

A cura di International Classic, scritto da Martina Fragale

 

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