Il Gentleman dei motori: Maserati, Ferrari, Lamborghini – 1

Autofficina Sauro

Autofficina Sauro, una storia di passioni

– Qui in questa foto siamo tra i primi dodici della Coppa D’oro delle Dolomiti, nel ‘72, questi che vede sono quelli che hanno dato inizio alla Mille Miglia Storica…

 

La organizzava un mio carissimo amico di Padova, Giulio Dubbini. Pensi che a Cortina non ci volevano neanche, perché facevamo puzza e sporcavamo. Così è finita che il sindaco di Feltre ci ha ospitati (vede qui? E’ la piazza del comune di Feltre). Poi da dodici siamo diventati quaranta, cinquanta… e allora Cortina ha capito che qualche albergo poteva anche impegnarlo perché quello che portavamo era tutto turismo.

Questa invece è mia moglie, Marisa.

 

L’ho persa dieci anni fa. E’ a lei che devo tutto: mi ha dato la possibilità di realizzarmi nel mio lavoro. Era bravissima, Marisa, si è occupata della casa, dei figli e di tutto. Le ho sempre detto: “Se c’è un’altra vita spero di incontrarti di nuovo.” Lei, mi guardava sorridendo e sa cosa rispondeva?: “Ci penserò e ti farò sapere. Mi fai lavorare troppo, tu.”

Mentre racconta, Luciano Rizzoli ha gli occhi lucidi. La sua officina è un universo osmotico, in cui convivono e si mischiano fra loro cose diverse.

 

I motori se ne stanno sul tavolo operatorio con tutta la loro sfacciata impudicizia e sembrano enormi intestini d’argento. Più avanti c’è il reparto in cui il figlio Francesco mette mano alle auto “moderne” (come le chiama Rizzoli).

E poi ci sono le pareti: carta bianca, un mondo in verticale su cui spiccano foto antiche e recenti. E’ proprio qui, nel cuore di un album di ricordi trasformato in luogo di lavoro, che Luciano Rizzoli si racconta. L’officina si chiama ancora col nome del socio che lo ha accompagnato per quasi mezzo secolo: Sauro. Luciano me lo indica, in una foto: “Questo era il mio socio, Sauro.

 

Lui era l’anima commerciale. Eravamo molto diversi, è per questo che la nostra società ha funzionato così bene per quarantasei anni. Insieme ci completavamo: io lavoravo tranquillo e lui si occupava di gestire i rapporti con chi arrivava. No, non che i clienti a me diano fastidio. Io li lascio curiosare, mi fa piacere averli intorno. Anzi, se il cliente vuole stare con me e seguire i lavori, io sono contento. Ne capitano di clienti così! C’è un ingegnere, per esempio, che appena esce dall’ufficio viene qui. Sa, io ho già fatto quattro volte vent’anni però il piacere di venire in officina la mattina non mi è ancora sparito. Dalle sette, io sono già qui. Tutte le mattine da tanti, tantissimi anni.”

Non è figlio d’arte, Rizzoli. Suo padre ha lavorato in fonderia per quarant’anni, ai tempi in cui fare il fonditore non era uno scherzo.

– Non era come adesso, che i fonditori stanno in una cellula di vetro e il lavoro è tutto meccanizzato. Mio padre lavorava con il crogiolo: uno lo teneva stretto da una parte e l’altro, tipo forchetta, vuotava la ghisa nei modelli. Tutto con degli enormi grembiuloni di cuoio che servivano per evitare gli schizzi.

– E com’è che ha iniziato a lavorare con le macchine, lei?

– Mah, probabilmente il mio babbo ha capito che quella era la mia passione. Già allora, quando vivevamo in campagna ed ero poco più che un ragazzino, i contadini mi portavano il loro Mosquito (il motore che si attaccava alla bicicletta) e io lo smontavo e glielo rimettevo a posto. Per paga mi davano le pere se era la stagione delle pere, le pesche se era estate… in campagna, sa, funzionava così. Abitavamo a Bentivoglio, a 12 km da Bologna. Ha idea di tutti i chilometri che mi sono macinato in bici, per andare in città? Me ne facevo 12 all’andata e 12 al ritorno. Il giorno in cui mi sono comprato il motorino, ho detto alla bicicletta: “Io e te non ci vediamo più!”. Faceva un freddo, ai tempi… mia madre, per guanti, mi aveva fatto due manopole di pelo di coniglio.

– Erano gli anni della guerra, giusto?

– Sì. Eh, la guerra io l’ho vista… poi ora la gente ci scherza su e dice baggianate ma mi creda: è una brutta bestia, la guerra. Vicino a noi c’era un paesino, Castelmaggiore, che aveva una stazione ferroviaria importante. Ci si fermavano i treni merci prima di entrare in città. Durante la guerra i tedeschi fermavano tutti i treni di passaggio e gli americani venivano a bombardare. Sa come funzionavano i bombardamenti? A mezzanotte gli aerei buttavano giù il bengala, che faceva una luce… come se di colpo fosse mezzogiorno. Allora mio padre mi prendeva per mano, mia madre tirava su mia sorella e scappavamo a rifugiarci nei campi. Dopodiché ci buttavamo in un fossato, con le lamiere sulla testa perché non ci arrivassero le schegge.

Detto questo, vivere in campagna era comunque meglio che vivere in città… a noi non è mai mancato niente. I miei genitori non avevano gli animali, ma i miei nonni sì e ci hanno aiutati anche nei momenti più duri.

– Quando ha lasciato la campagna?

– Poco alla volta. A 14 anni ho finito le scuole di avviamento. Il giorno me lo ricordo ancora: era il 15 giugno del ‘51. A luglio, mio padre mi ha preso e mi ha portato in un garage di Bologna. C’era un’officina, lì, dove preparavano le macchine per la Mille Miglia di allora, la vera Mille Miglia: c’erano le Aprilia, le Ardea le Aurelia… E’ così che ho iniziato a lavorare. Facevo il ragazzo di bottega, il fattorino, insomma… Eh, imparare non era facile perché ognuno era geloso e si teneva le sue conoscenze per sé. Era il Dopoguerra e non è che girassero molti soldi, ma quello che io cercavo era la stabilità. Quello è stato il mio primo lavoro. Un anno dopo ho trovato un’altra officina, dove facevano assistenza alle macchine da corsa della O.S.C.A..

 

Ero poco più che un ragazzino e, ovvio, nessuno mi dava fiducia. Avevo un titolare, però, che mi ha aiutato parecchio a capire come funzionavano i motori. Per esempio, mi diceva: “Dai, ora facciamo la frizione.” e io cominciavo a smontare e a toccare i componenti con mano. Dopodiché andavamo a prendere i pezzi di ricambio in fabbrica, alla OSCA che era qui a San Lazzaro e alla fine rimontavo tutto.

Tutto sempre con lui che intanto mi guardava. E’ stato il mio maestro, lo chiamavano tutti Pasqualino.

Poi ho fatto dei corsi serali presso l’Istituto Tecnico Industriale Aldini Valeriani, dove si impara la meccanica. Ci facevano smontare dei motori di aereo, certo, ma sempre motori erano e dopo averli smontati dovevamo rimontarli. Sa, smontare il motore per poi buttarlo è facile, ma se lo smonti e poi ti tocca rimontarlo, devi per forza stare attento a quello che fai.

Sono rimasto lì fino al militare, dopodiché sono entrato in un’officina Lancia di Ferretti. E’ lì che ho incontrato il mio socio. Quando un giorno il mio capo mi ha proposto di rilevare l’officina ci ho pensato su e mi sono deciso. Ero poco più che un ragazzino e avevo paura di fare il passo più lungo della gamba. Poi ne ho parlato con Sauro: in due, le cose sarebbero state più semplici. Abbiamo aperto l’officina nel ‘63. Avevo 26 anni.

 

Le cose hanno iniziato da subito a filare lisce: la Lancia Ferretti ci ha dato l’assistenza e la nostra società ha cominciato a decollare. La nostra, era una piccola officina ma dentro c’erano delle macchine di tutto rispetto. Il salto di qualità, però, lo abbiamo fatto poco dopo… in modo davvero imprevedibile.

 

– Una sera arriva il benzinaio e ci chiede di dargli una mano. Aveva fatto sosta da lui un signore che non riusciva più a mettere in moto la sua Lancia. Sono andato subito a vedere di che si trattava. L’auto, era una Lancia Flaminia nuova, targata San Marino. Inizio a darmi da fare, ispeziono le pompe, poi do un colpetto e bum!, il motore riparte. Già che c’ero poi, porto la macchina in officina per dare un’occhiata in generale. Il signore mi segue. Si guarda intorno e gli basta poco per rendersi conto che le macchine che abbiamo non sono semplici utilitarie. “Non le interesserebbe il servizio Ferrari?” mi chiede, a bruciapelo. Così, preso alla sprovvista, rimango un po’ perplesso.

Sa com’è, nel ’63, a Bologna, di Ferrari ce n’erano solo due: una era di un farmacista che non la usava mai e un’altra apparteneva a un altro signore – Conti – poi è diventato direttore dell’Autodromo Dino Ferrari… Insomma, così su due piedi non so che rispondere. Soprattutto non capisco se in fondo il gioco valga la candela. Lo dico molto sinceramente al signore, che però mi rassicura “Stia tranquillo, la Ferrari sta mettendo in cantiere una macchina che avrà successo”. Il signore della Lancia era il Commendatore Eugenio Dragoni, direttore sportivo della Ferrari che vinse il Campionato del Mondo con John Surtees. Era un cliente di passaggio per noi, chi fosse realmente l’abbiamo scoperto in seguito.

Due mesi dopo ci arriva una telefonata. E’ il segretario di Enzo Ferrari: “Il Commendatore avrebbe piacere di conoscervi”.

 

Ci presentiamo a Maranello senza avere la più pallida idea di cosa ci aspetta. A posteriori posso dirle che è stato un colloquio di lavoro stranissimo in cui si è parlato di tutto, ma di nulla che riguardasse il lavoro. Ferrari ci parlava di quando aveva la scuderia delle motociclette, le macchine non le nominava nemmeno. Niente, alla fine si volta e dice al suo segretario, in modenese: “Su, diamo il servizio a questi ragazzi”. Noi ci guardiamo senza capire. Poi aggiunse “E la vostra officina come si chiama?”. Fuori c’era scritto servizio Lancia. “Mah, dobbiamo deciderlo”. E lui, al mio socio “Beh tu ti chiami Sauro, i miei cavallini sono di razza sauro: chiamiamola SAURO”.

Quindi il nome l’ha deciso lui. Meglio così perché se avessimo scelto un nome che non piaceva, poi avremmo dovuto comunque cambiarlo. Facciamo appena in tempo ad arrivare alla porta che il Commendatore ci richiama. Ha lo sguardo serissimo. “Ehi voi due! Ricordatevi che la Ferrari viene comprata, non venduta. La Ferrari è una macchina che uno acquista per il desiderio di averla, non perché gli serve. La seconda la vendiamo solo se il vostro servizio è buono”.

Non so se sia stata una minaccia o un avvertimento. Fatto sta che son già cinquant’anni che continuiamo a lavorare per la Ferrari… vuol dire che in fondo ci siamo difesi bene.

– Dicono che Enzo Ferrari non avesse un carattere facile…

– Mah, col Commendatore siamo sempre andati d’accordo. Una o due volte al mese chiamava, sempre verso le sette di sera. “A sòn Ferrari. Cosa dicono i clienti delle nostre macchine?”, chiedeva sempre, noi gli dicevamo quali erano i problemi che ci venivano segnalati e lui rispondeva “Ci stiamo lavorando, ci stiamo lavorando”.

 

A cura di International Classic, scritto da Martina Fragale

 

Continua a seguire la storia Il Gentleman dei motori – Capitolo 2

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