Ferrari e Lamborghini – Capitolo 1

Le Regine fra le mani di Gian Carlo Guerra

– La Ferrari 250 TR? L’ho fatta io, così come volevo perché sa… ero un po’ ribelle. Nel senso che mi piaceva fare le cose così come pareva a me. Quando ho fatto la 250 TR amavo le linee lisce, senza scalini né gradini. Un po’ per buon gusto: l’auto è un po’ come una donna e a me le donne spigolose non piacciono. Poi, a parte questo, anche se non sono un tecnico di aerodinamica, sapevo bene che se fai una parete bella liscia, l’aria ci gira intorno. E avevo ragione. Pensi che quando siamo andati a fare le prove, non si sentiva neanche il fruscio dell’aria intorno alla macchina! Anche la 500 Mondial, l’ho costruita io.

– Ma fatta in che senso? L’ha disegnata?
– Sì, con il bordione, il filo.
– Come sarebbe a dire con il filo? Non l’ha disegnata a tavolino?
– Ah, no! Io non ho studiato disegno: quella è una competenza che mi è sempre mancata. Sa, io ho solo la quinta elementare…
– Va bene, ma come si fa a disegnare una macchina con il filo?

Gian Carlo Guerra sorride. Me lo racconterà a tempo debito. Ciò che è chiaro da subito, però, è che l’uomo che ho davanti ha realizzato la mitica Testarossa, la Mondial e le linee di altre protagoniste della stagione delle auto da corsa. Anche se – come mi ripete spesso – ha solo la quinta elementare, Guerra sa progettare benissimo. Ne è una prova il fatto che anche la casa in cui ci riceve insieme alla moglie, Maria, l’ha “fatta” lui, nel senso progettuale del termine.
– Le rose del cancello le ho disegnate e battute io, sì.

 

 

La casa, l’ho ideata ai tempi in cui lavoravo da Scaglietti. Ho costruito anche il plastico, ma poi lo abbiamo messo su in solaio e si è scollato tutto. Qui siamo venuti nel ’49. All’epoca, come le dicevo, lavoravo da Scaglietti e la domenica, anziché riposarmi, studiavo le soluzioni per la casa. Eravamo una catena di montaggio, mia moglie ed io: lei mi scaldava i pezzi e io li piegavo. In fondo, questa casa l’abbiamo fatta insieme. Maria la desiderava tanto bella grande. Speravamo che venisse un bambino, che alla fine non è arrivato… così la casa è rimasta grande: a riempirla, abbiamo avuto dei cani e un gatto. E’ passata dal piano di sotto? Ecco, quello è il quartiere generale di mia moglie.

La signora Maria annuisce, con aria d’intesa. E’ una donna asciutta ed energica. Cova il marito con un affetto ruvido e caldo come un maglione di lana. I coniugi Guerra hanno festeggiato quest’anno sessant’anni di matrimonio e la complicità che li lega è evidente. Una casa sognata e costruita in due. “Una catena di montaggio” la loro, come l’ha definita Guerra. La poesia delle cose semplici non è mai prosaica.

Gli anni, la condivisione di un’intera vita insieme, certamente contano ma credo che in fondo, sul piatto della bilancia, pesi anche l’aspetto creativo. Nulla di altisonante, per carità: quando chiedo a Guerra se si considera artista mi risponde con un reciso e spiazzante: “No, io non ho studiato”.

Quella di Gian Carlo e Maria è una creatività solida, concreta. Ciò che è bello deve essere in primo luogo utile: non si scappa. Maria fa la sarta, cuce vestiti e abiti da sposa. E Gian Carlo in fondo, di lavoro ha fatto il sarto pure lui. Con la differenza che mentre la moglie veste le persone, lui per tutta la vita ha vestito automobili. Purosangue della scuderia Scaglietti, Ferrari, Stanguellini, Lamborghini… Non riesco a smettere di guardargli le mani e di chiedermi come e dove, il signore di 86 anni che mi sta davanti, sia diventato lo straordinario battilastra che tutti ricordano.

 

 

– No, non ho imparato a battere la lastra da Scaglietti. Il mio maestro è stato Onorio Campana.

Gian Carlo Guerra ha iniziato a lavorare a nove anni. E lo ha fatto con tutto l’entusiasmo di un bambino che sa assorbire, assimilare e metabolizzare ciò che riceve. Da Campana ha imparato un mestiere e lo ha conservato. Anzi, no, lo ha trasformato in arte, ma nel senso etimologico del termine: quello che significa fare, produrre. Con creatività, certo – e Guerra, questo lo sottolinea ogni volta che allude alla tendenza ribelle a “fare di testa propria” – ma anche con concretezza e solidità.

– Di sera, andavamo a Modena dove c’erano i telai delle auto, a picchiare la lamiera fino a notte fonda. A volte tornavo a casa anche alle due del mattino e mia madre era lì che mi aspettava per svestirmi e mandarmi a letto. Ho iniziato subito con le auto da corsa, delle Stanguellini, e poi da Scaglietti ho proseguito sulla stessa linea d’onda.
– Come ci è arrivato da Scaglietti?
– Tramite un amico che faceva il verniciatore e lavorava lì. E’ stato lui a dirmi che avevano bisogno di un carrozziere. Con Sergio ci siamo intesi subito: era un uomo buono, amabile…
Anche se non lo racconta apertamente, quello che Guerra ha vissuto in prima linea è un periodo epico per la carrozzeria Scaglietti. Il momento del decollo.

 

 

Sergio Scaglietti iniziò a lavorare qualche anno prima, presso l’officina di suo fratello, Gino. Poi, un bel giorno, decide di “tuffarsi” e di fare il grande passo. La stoffa, di certo, non gli manca e al suo fianco ha due soci pronti a dargli man forte: Francesco Marchesi e Lino Sala. E’ così che nasce la mitica Scaglietti, in un capannone affittato per l’occasione in via Monte Kosika. L’officina si occupa di riparazioni e conta una quindicina di dipendenti. Fra di loro, c’è un giovanissimo Guerra.

Le cose funzionano, all’inizio un po’ in sordina, e poi… Poi, ecco che improvvisamente piove dal cielo l’occasione di farsi valere sul serio. In modo casuale, peraltro: proprio come nelle favole. 1953: alla Scaglietti, un giorno, arriva un nuovo cliente. E’ il dottor Cacciari, appassionato di corse, che arriva in officina con una Ferrari particolarmente mal ridotta che però – contro ogni previsione – il team Scaglietti riesce a rimettere in sesto, ricarrozzandola (quasi) di tutto punto. L’auto – rediviva – si guadagna nientedimeno che l’attenzione di Enzo Ferrari, il quale si reca personalmente alla Scaglietti per conoscere Sergio. E’ l’inizio di una collaborazione che rivoluzionerà le sorti dell’officina.

 

 

Gli anni che seguono, sono quelli in cui nascono le Ferrari più amate. Macchine senza tempo, vere e proprie opere d’arte. 500 Mondial, 750 Monza, 860 Monza, 290 MM, 500 TR, 250 TR, 250 GT California, 375 America, 250 GTO – l’autovettura icona della Ferrari – 365, Dino… Ogni nome una storia: negli anni d’oro, la fucina di Maranello miete successi.

Guerra non è da meno e partecipa attivamente, insieme al team Scaglietti, alla realizzazione delle carrozzerie di auto che faranno la storia. Lavorare su un’auto da corsa implica, giocoforza, saper sfoderare soluzioni ad hoc, create su due piedi per soddisfare sia le potenzialità dell’auto, sia i regolamenti internazionali delle corse. Regole che, di fatto, cambiano di anno in anno. Nel ’57, per esempio, la carrozzeria della 500 Testarossa, naturale prosecuzione della 500 Mondial, viene abbassata e ristretta per essere adeguata all’Annesso C del regolamento internazionale di quell’anno. La macchina viene così ribattezzata – proprio per questo motivo – Ferrari 500 Testarossa C.

 

A cura di International Classic, scritto da Martina Fragale

 

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