Carrozzeria Autosport – Capitolo 2

Ferrari 275 GTB Bacchelli

Bacchelli racconta e non parla solo di auto. E’ una persona che si è vista sfilare davanti generazioni, un uomo venuto da una terra a cui è rimasto sempre fondamentalmente radicato. E che ha guardato la sua realtà cambiare. Ama la musica, si commuove quando parla di Puccini ma non ascolta solo classica, anzi… E’ un melomane onnivoro che apprezza tanto il “Nessun dorma” quanto “Dio è morto”, di Guccini.

 

 

– Io l’ho conosciuto Guccini, sa? Da giovane lo vedevo, la mattina. Lui aveva i capelli lunghi e se ne stava sempre al Bar Italia. Io, che a quell’ora andavo a lavorare, mi dicevo: “Guarda un po’ quelli lì, che non fanno niente mentre noi sgobbiamo”. Allora non capivamo. Poi invece sono saltati fuori tutti: Equipe ’84, Bertoli. Ho conosciuto anche Pavarotti. Il suo papà era bravissimo a cantare, ma era timido. Eh, le radici di quelle persone sono le stesse. E’ tutta una filosofia delle nostre terre. Un mondo di cui fanno parte le cooperative, l’associazionismo … tutte queste cose, non bisogna vedere cosa sono diventate oggi ma cosa erano in origine, quando cercavano di dare possibilità a tutti.
Gira che ti rigira, la campagna torna sempre nelle storie che ho sentito raccontare dai protagonisti di questo “piccolo mondo antico”. E’ un filo conduttore, un cordone ombelicale mai reciso o – in certi casi – recuperato a posteriori.
Nel caso di Bacchelli, il legame con la terra emerge da dietro le quinte: come coscienza delle proprie radici e bisogno di dare, di restituire a piene mani e con generosità ciò che si è ricevuto. Fa parte di questo impulso – non di chiusura – la tendenza ad assumere manodopera del luogo. E rientra in quest’ambito anche la stagione dell’insegnamento: un periodo che Bacchelli ricorda volentieri. Insegnare gli piaceva. Molto.

 

 

– Mi parla della scuola? Fuori ho visto dei modellini che la dicono lunga.
– Agli inizi degli anni ’90 sono stato chiamato a fare l’assistente agli esami. E’ cominciato tutto così, poi mi sono trovato a fare l’assistente agli studenti che saldavano, facevano le prove… La Ferrari, allora aveva una sua scuola interna in cui dopo i primi tre anni ti indirizzavano alla carrozzeria o alla meccanica. E’ durata una quindicina di anni, poi non ha proprio chiuso ma è rimasta aperta solo la parte relativa alla meccanica. Degli studenti, poi, ne ho anche preso qualcuno a lavorare con me. Insegnare mi piaceva, ma che vuole? E’ un percorso che si è chiuso, quello. E va bene così.
– Lo vede quel bambino?
Bacchelli mi indica una foto scattata in California, in compagnia di alcune persone, metà anni ’90. Annuisco.


– Ecco. Quel bambino oggi ha acquistato la carrozzeria.
Bacchelli si prepara a lasciar volare via la sua creatura e lo fa con la consapevolezza di chi ha maturato il passo, ma allo stesso tempo non riesce a viverlo senza un pizzico di emozione. D’altra parte, di questa carrozzeria parla con tenerezza. Un po’ come parla di Chiara, la figlia che lavora come ricercatrice a Londra. Si sentono spesso, anche perché Bacchelli coltiva un atteggiamento aperto rispetto alle nuove tecnologie. Ha anche una pagina Facebook.
– Che ne pensa dei social, le piacciono?
– No, mi fanno schifo, ma che vuol farci…
Lo dice ridendo e mentre lo ascolto mi rendo conto buona parte della forza dell’uomo che mi sta davanti sta proprio in questo: guardare al passato senza sbattere la porta in faccia al futuro. Anzi, coltivando il passato per lasciare forti radici al futuro. Anche a questo, infatti, servono le radici: per volare.
Ecco perché non mi stupisco, quando Bacchelli parla del suo prossimo progetto. Di fermarsi, infatti, non se ne parla proprio.

 

 

– Sto pensando di aprire un museo. Anzi, sono già abbastanza avanti con i lavori.
– Di che si tratterà?
– Di un museo in cui vorrei onorare i battilastra di Modena. Di battilastra ce ne sono stati anche altrove ovviamente – a Torino, per esempio – ma non lavoravano come quelli di Modena. Da Scaglietti, per esempio, doveva vedere come si lavorava l’alluminio! Quello che voglio fare, è lasciare una memoria storica di questo lavoro con l’attrezzatura vecchia che c’era ai tempi.
– Attrezzi di che tipo?
– I più strani e i meno costosi: tipo un sacco di sabbia, la zeppa di legno, le varie piane con le diverse forme, il martello. Erano questi, gli strumenti dei battilastra. Più un gran buon senso, con una logica istruita dagli anni.

 

 

– Perché si picchiava sui sacchi di sabbia?
– Perché la forma prendeva meglio. Per evitare di danneggiare il materiale: il sacco di sabbia ti modera molto di più la picchiata. Idem per la zeppa di legno, dove lo schiacciamento non è violento come potrebbe essere su un ripiano di ferro. Con la raccolta dei materiali sono già avanti, nel giro di due anni dovrei riuscire ad aprire il museo.
– Alla faccia dell’automatizzazione e dell’industria 4.0. I suoi progetti sono un’ode alla vitalità dell’artigianato. Cosa ne pensa del lavoro automatizzato?
– Mah, non ne so molto ma mi pare di capire che a molte fabbriche che ci hanno provato, non sia andata molto bene. In un certo senso credo che in futuro cambierà quasi tutto ma che l’angolo dei ricordi ci sarà sempre. Anzi, più andremo avanti, più quest’angolo avrà valore. Avere delle auto storiche, per esempio, sarà l’investimento massimo.

 

 

A cura di International Classic, scritto da Martina Fragale

 

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