Carrozzeria Autosport – Capitolo 1

Ferrari 275 GTB Bacchelli

Franco Bacchelli si racconta…

“Tua madre sa fare i tortellini? Lo parli, il dialetto?” Per lavorare con Bacchelli, le domande a cui devi rispondere sono queste. Quando gli chiedo conferma, lui annuisce. Proprio così. Franco Bacchelli, ci ha sempre tenuto a dare alla sua carrozzeria “un’aria di famiglia!”. E ci è riuscito.
– Vede? Lui è Samuele sono quasi trent’anni che entra da quella porta: suo papà lavorava con noi. Cristina, invece, è qui con suo figlio. Secondo me, questa è una cosa fondamentale. Io, quando vado al ristorante e vedo che ci lavora tutta la famiglia, mi fido di più. Poi sa, io ho una figlia che lavora all’estero. La famiglia è importante, per me: lo è sempre stata.

 

 

Il motivo, però, non è solo questo. Puntare sull’“emilianità” della professione, per Bacchelli ha anche il significato di conservare un’eccellenza, un patrimonio comune. O un tesoro condiviso, per dirla in altri termini. E Bacchelli, a questo, ci tiene molto: ha una forte coscienza non solo del valore della propria professione in sé ma anche della sua valenza storica. Dell’importanza di conservare e trasmettere. Un po’ perché gli anni passano, un po’ perché in questo momento vive sulla sua pelle un importante momento di passaggio. Bacchelli sta cedendo la sua carrozzeria e quando lo racconta ha gli occhi lucidi. Un’impresa è pur sempre una creatura, d’altra parte. Ciò che è certo, però, è che la storia non finisce qui. Anzi. Una porta si chiude, un portone si apre e il portone in questione, è un progetto bellissimo.

 

 

Un progetto con la P maiuscola, che tira le fila di una storia iniziata tanti, tanti anni fa…
– A casa, quando ero piccolo, eravamo in diciotto. No, non erano tutti i miei fratelli. La mia, era una tipica famiglia contadina di altri tempi. Alla Olmi!, anche se “L’albero degli zoccoli” era ambientato nella Bergamasca e la nostra era una famiglia contadina emiliana. Al centro di tutto c’era la sdora, la padrona di casa – quella che tirava la pasta, giusto per capirci – e poi venivano tutti gli altri, zii, cugini. Vivevamo così: tutti insieme.
– E com’è che non è rimasto a lavorare anche lei in campagna?
– Non c’erano le possibilità. Così, quando avevo 14 anni, mio padre mi ha accompagnato a Modena a cercare lavoro. Ho iniziato la mia esperienza nel settore auto proprio allora, tutto sommato per puro caso. La carrozzeria in cui ho cominciato a lavorare apparteneva a un pilota arrivato dall’America Latina…

 

 

Piero Drogo, ai tempi, era una star. La sua stella aveva iniziato a brillare in Venezuela, dove si era trasferito (dal Piemonte in cui era nato) appena ventenne. Gran Premio del Venezuela, 1000 km di Buenos Aires, Gran Premio di Cuba… il ritorno in Italia era stato praticamente sugli allori. Quanto ai motivi che spinsero Drogo a lasciare l’America Latina, Bacchelli mi parla di colpi di stato e cambi di regime. In particolare del passaggio dalla Cuba di Batista a quella di Castro.
– Io glielo dicevo sempre a Drogo, per prenderlo in giro: hai lasciato Cuba perché c’erano i comunisti e sei venuto nella regione più rossa d’Italia! Eh, in quegli anni ne sono arrivati tanti, dall’America Latina. De Tomaso, per esempio, dall’Argentina. E poi i fratelli Rodriguez… si figuri che una volta me li sono visti davanti che bevevano dal tubo dell’acqua. “Quelli sono i Rodriguez!” mi hanno detto. Mi faceva strano, a vedermeli davanti così. Per me erano solo dei ragazzi piccolini che andavano fortissimo. Ecco, Drogo faceva parte di quell’ondata. Famoso com’era, era riuscito a entrare facilmente in Ferrari. Non era un imprenditore, Drogo, era un appassionato… così alla fine mi sono appassionato anch’io.


– E cosa faceva, da Drogo?
– Ah, il ragazzo di bottega! Allora era automatico, impossibile fare qualcos’altro. Ti dovevano insegnare prima. Facevo di tutto, rifornivo, andavo a prendere le bombole, aiutavo a tener strette le lamiere, a saldare… il garzone, insomma. Quando poi c’è stata la possibilità di scegliere, io ho scelto la verniciatura.

 

 

– Perché proprio la verniciatura?
– Sa, io ho sempre un po’ avuto la passione per i colori. Da piccolo mi piaceva dare una mano a colorare i carretti col pennello.
Ne parla con semplicità, come se non si trattasse di una vocazione vera e propria ma di una scelta in cui è inciampato strada facendo. E la strada che ha percorso, dai tempi in cui lavorava come ragazzo di bottega presso la carrozzeria di Drogo, è stata lunga. Di mezzo, c’è stato il periodo del servizio militare che Bacchelli ricorda volentieri. Quest’uomo di terra – figlio di una famiglia contadina “alla Olmi” – nei mesi del servizio militare si è trasformato in “uomo d’aria” e ha provato l’ebrezza del volo. Quando ne parla, non riesce a fare a meno di ridere e di raccontare delle sfide a cui ha partecipato, quando era in aeronautica. Manovre ed esercizi in stile Top Gun, in cui è difficile immaginarlo coinvolto perché Bacchelli, tutt’altro che spaccone, è un uomo semplice… che parla volentieri di sé ma lo fa senza punti esclamativi. Ed è così che la sua storia professionale si è dipanata. Con assoluta, disarmante semplicità.
Al ritorno dal militare, Bacchelli è troppo grande per lavorare per qualcuno, anche se questo “qualcuno” si chiama Piero Drogo. Imprenditori si nasce o si diventa? Poco importa, ciò che conta è il risultato. Bacchelli apre una carrozzeria in proprio, ma non è solo. Con lui, tra gli altri ci sono anche Gatti e Cremonini… più altri nomi noti del settore. Ma le persone con capacità decisionale sono troppe. “Troppe teste” commenta, per nulla polemico, e racconta di aver dato un taglio all’esperienza. La società che apre, questa volta, è decisamente meno difficile da gestire. Tanto più che fa capo a lui e al cugino: Roberto Villa.

 

 

– Sa come lo chiamava la figlia? Nuvola Nera!
Bacchelli abbozza un ritratto in filigrana di quel socio ombroso e taciturno: un bravissimo battilastra completamente dedito al suo mestiere. Uno di quelli con le mani sempre nere, callose ma “capaci di vedere”, sensibili alla materia e alle sue infinite potenzialità. “Roberto, prima, riparava i serbatoi da moto… che erano difficili da fare. Erano molti belli, quelli di una volta. Avevano certi musi! Ora è diverso e sono diventati tutti squadrati”. Racconta senza soffermarsi troppo su quello che era l’asso nella manica della loro relazione professionale: la diversità. Differenze strutturali che però non facevano a pugni, anzi, si integravano sulla base di una felice complementarità. Bacchelli e Villa, “la strana coppia”. Uno estremamente schivo – chino sul suo lavoro e sempre intento a battere la sua brava lastra – l’altro socievole. Tagliato ad arte per quelle che oggi si chiamano public relations.
Forte della legge secondo cui “Dio li fa e poi li accoppia”, la “Bacchelli e Villa” apre i battenti nel ’72 e inizia subito a far parlare di sé. I contatti con la Ferrari spiccano il volo nel giro di poco, con la riparazione delle carrozzerie in vetroresina della 308 GTB e – successivamente – con la costruzione dei prototipi della 512IPLM e della 308X. Nell’ ’80 la carrozzeria diventa Autosport. Poi, negli anni ’90, ecco un’altra svolta: un’intuizione che si trasformerà in un flusso di lavoro continuo. Bacchelli e Villa iniziano a guardare al passato, ma lo fanno con la coscienza del presente e con un occhio che guarda al futuro. Apre i battenti la stagione del restauro di auto d’epoca.
– Com’è nata l’intuizione di fare restauro in quegli anni, quando ancora non lo faceva nessuno?
– Bè, sa com’è… innanzitutto si conoscono persone. Le prime auto me le hanno portate dal Belgio, erano due Ferrari 275. La 275 è una delle più restaurate. Negli anni, poi, ne avremo fatte una cinquantina.

 

 

– Certo che lavorando da anni nel settore, ne avrà visti di cambiamenti per quanto riguarda i materiali! Per quanto riguarda le vernici, per esempio.
– Mah, quello che è cambiato è il supporto. Le dico una cosa: io nel ’76 sono stato autorizzato da Scaglietti a verniciare le macchine in fiberglass … le vetroresine. Allora, per dipingere si usava l’acrilico, si davano 14-15 mani, poi lo carteggiavamo e lo lucidavamo: era una cosa di prestigio, certo, ma davvero difficile. Non era semplice verniciare su delle fibre. Non so perché Scaglietti abbia dato l’autorizzazione proprio a me, ma sta di fatto che da allora ho fatto un percorso notevole nell’ambito. Si figuri che anche oggi ho delle commesse di verniciatura speciale di materiali compositi, carbonio; l’ F 50… sì, io ho avuto la commessa per alcune Ferrari F50 perché anche loro sul carbonio avevano dei dubbi. Ho verniciato tutte le griglie porta e sottoporta della Ferrari 348 che ci sono e così anche per la 355. Facevo verniciature anche per i trattori. Diciamo che l’aspetto premiante è che sono stato uno dei primi a verniciare i compositi. E tutt’ora verniciamo cruscotti Lamborghini in poliuretano…
– E tra i materiali che ha visto cambiare c’è anche l’alluminio?
– L’alluminio rimane sempre quello italiano, che è il crudo al 98% (con un po’ di stagno quindi). Molto diverso dall’inglese, il cotto, che si addomestica meglio. E’ proprio tipico della zona, questo – il fatto che si faccia l’alluminio crudo – Si figuri che quando lo usiamo lo mettiamo addirittura al sole per poterlo lavorare meglio. Poi certo, sono arrivati anche altri materiali ma l’alluminio crudo rimane la cifra distintiva della Motor Valley.

 

A cura di International Classic, scritto da Martina Fragale

 

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